Nulla è perduto, nulla si chiude. Ma suona come un nulla si distrugge, tutto si trasforma, la formula creativa usata da Luigi Di Maio all’uscita dalla sala degli Specchi di Palazzo Giustiniani, dopo quasi due ore di colloquio assai approfondito, a tratti persino dal ritmo incalzante, con la presidente del Senato, Elisabetta Casellati.È una formula che allude a un finale diverso da quello che sembrava assodato per molti osservatori, interessati e non; e persino “epicureo”, per i cultori dell’accordo giallo-verde, ovvero di quel filo ormai corposo che lega, al di là delle parole, il capo grillino al leader di centrodestra Matteo Salvini. I due si sono sentiti in tarda mattinata, ormai da aspiranti colleghi più che da avversari. Dallo spirito di collaborazione fattiva venivano tratti auspici talmente ottimistici da pensare che si fosse a un passo dal raccoglierne i frutti. Era quel che si attendeva Salvini, e quel che Di Maio spera in cuor suo. Per entrambi, un tram che passa una volta nella vita e dunque si muove sulle rotaie di un ardente desiderio. “L’interlocuzione deve essere tra me e Salvini”, dirà fino allo sfinimento Di Maio, salutando infine i cronisti persino con le due dita aperte a “V”. Più che il victory di Churchill, una rivendicazione aritmetica: il governo si fa tra noi due.Quando però il capo politico dei Cinquestelle esce in prima serata dallo studio della Casellati ricorda il terzino chiuso nell’angolo del corner, costretto ancora una volta a gettare la palla in tribuna. Ma solo per prendere tempo, allentare la tensione, incoraggiare la (faticosa) digestione del corpaccione oscuro e non intellegibile che anima il M5S, e alberga nel suo motore milanese (Casaleggio) più che in quello genovese (Grillo). Ma l’insistenza con la quale Di Maio rifiuta i toni della rottura è manifesta, così come differenti sono le argomentazioni rispetto a pochi giorni fa. Il “veto” nei confronti di Forza Italia e del suo leader storico sfuma in un “contratto alla tedesca” che nasce dal confronto programmatico aperto solo a Salvini e a due forze politiche, “perché è impensabile sedersi a un tavolo a quattro, non ci si può chiedere di ricominciare daccapo con i tavoli, non si può pensare che tre forze politiche contrattino ministri e sottosegretari, immaginate a che epoca politica si torni… Noi siamo pronti al dialogo ma non oltre certi limiti, negarlo sarebbe ipocrita o tradirebbe i nostri elettori”. La risposta a Salvini viene condita da salve di “ce la stiamo mettendo tutta, ce la metteremo tutta, usciti di qui riprenderemo a farlo con tutta la buona volontà a collaborare” che la dicono lunga sullo stato d’animo del capo grillino. Quasi si duole, “voi capirete che è molto complicato digerire per noi questo scenario”, e l’unico vero punto limite (almeno personale) arriva quando evoca la poltrona di Palazzo Chigi: “Andremo avanti, ma senza pensare a colpi di scena che possano pensare Di Maio al tavolo a quattro o Di Maio in un governo, tra l’altro senza la presidenza del Consiglio, con altri ministri che vengono da tre forze diverse”. Palese che, senza la premiership, il giovanotto chiuderebbe pure baracca e burattini. Ma se riuscisse a sedersi da dominus nel governo, “siamo disponibili anche a non considerare come ostile il sostegno di Forza Italia e di Fratelli d’Italia”. È un passo decisivo, appena mitigato dalla condizione che Salvini si faccia garante del contratto “formato e firmato da due precise forze politiche”. Si ricomincia da due, se si può.