«C'è una sostanziale incapacità politica che sottovaluta il segmento della sicurezza». L'onorevole Stefano Dambruoso, questore della Camera dei deputati, magistrato e politico, non ha dubbi. Perché il punto è che questo Paese è al centro di un'Europa in cui, dal 2004 a oggi – a snocciolare i dati ieri, nel corso di un convegno, è stato l'analista strategico dell'Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) Claudio Bertolotti – si sono avuti 98 tra attentati e azioni violente di matrice jihadista. Il 70 per cento di queste è avvenuto negli anni compresi tra il 2015 e il 2017, periodo di massima espressione dello Stato islamico in Siria e Irak. I morti in tutto sono stati 624, mentre 5153 i feriti. «Il 10 per cento di questi attacchi – ha spiegato l'analista – sono stati ad alta intensità, ovvero messi in atto da nuclei più o meno organizzati ed equipaggiati. Oltre l'80 per cento, invece, sono attacchi singoli, non strutturati. Inoltre, nel 60 per cento dei casi sono state utilizzate armi improprie, improvvisate. Il 30 per cento, invece, ha visto l'impiego di armi da fuoco da guerra – ha detto ancora Bertolotti – ed esplosivi. I veicoli sono stati utilizzati nel 16 per cento dei casi».Ma chi sono i terroristi che hanno colpito il vecchio continente? Il 98 per cento sono uomini. Nel triennio 2015-2017, l'84 per cento dei terroristi sono risultati essere immigrati di prima generazione (45 per cento) o di seconda/terza (27 per cento) mentre il 12 per cento immigrati irregolari. Solo nel 6 per cento dei casi si è riscontrato che chi attaccava fosse cittadino europeo convertito all'Islam.Sul dato totale, solo il 5 per cento aveva avuto esperienze militari in zone di guerra. E fa riflettere che nel 41 per cento dei casi gli obiettivi colpiti sono stati istituzionali. Infine, l'anno più caldo è stato il 2016.«In Italia dal 2002 non c'è un morto per terrorismo ha spiegato l'analista politico Alessandro Politi – ma abbiamo una percezione chiarissima di che cosa sia e siamo ancora qui a chiederci se un grosso attacco ci sarà o meno. Dovremmo pensare che abbiamo un grosso problema di capitali illeciti in mano a pochi». Insomma, finanziamenti al terrorismo che, spesso, arrivano anche da canali ufficiali e sono utili a destabilizzare gli Stati, ma che fanno da contorno a quelli che arrivano dalle mafie. Ecco il legame tra flussi e attacchi. «L'Italia – ha spiegato Dambruoso, che è anche correlatore della legge contro il radicalismo che, approvata alla Camera, il governo non fece votare al Senato – spende 60 milioni al giorno per la cooperazione internazionale, le missioni militari all'estero. Ma quegli stessi soldi potrebbero essere razionalizzati in modo diverso e destinati ad esempio, al problema dell'ingestibilità del fenomeno migratorio. È un fatto che possiamo risolvere con la cooperazione diplomatica, ma soltanto pagando e assicurandoci una collaborazione con i Paesi di provenienza. Oggi trovo una sostanziale incapacità e fragilità politica del momento».Il direttore del Crst (Centro di ricerca sulla sicurezza ed il terrorismo), Ranieri Razzante, ha chiarito: «Nessuno di noi è razzista, però è certo che questo fenomeno sta facendo lucrare. Minniti ha fatto benissimo a dialogare con le tribù, ma il risultato finale non è stato soddisfacente. Dobbiamo avere il coraggio di dire che dietro all'immigrazione c'è un'industria creata con la connivenza di alcune Ong e di sistemi finanziari e di imprese del settore e di chi gestisce i Cara in maniera non trasparente. Finché ci sarà questo tipo di mercato e non si avrà il coraggio di intervenire dando risorse per normalizzare i Paesi di partenza, non si arriverà da nessuna parte».