Quello che Genova ci lascia è il diritto al dolore. Il diritto alla polemica. E il diritto alla paura. Ognuno di noi dallo scorso martedì ogni volta che passa su un ponte stradale con la sua abbassa il volume dell’autoradio e rallenta il suo respiro, magari in modo impercettibile.Abbiamo paura, in modo irrazionale, d’accordo. Ma in qualche caso questa ansia ha qualche ragione che la ragione non conosce. Lo sanno bene gli automobilisti che percorrono l’autostrada A6 Torino-Savona, che sbirciano i piloni di alcuni dei viadotti di quest’opera più o meno coeva del ponte Morandi di Genova e si chiedono quando anche quegli arcobaleni di cemento e arditezza verranno giù. Sono giganti malmessi, scrostati, affaticati, che la gente fotografa e posta angosciata. E a guardarle, quelle immagini, non si può dar torto agli utenti di quell’autostrada. Autostrada che – per chi non la frequenta – ha il bucolico nomignolo di “Verdemare”, è entrata in servizio nel 1960, ha subito vari lavori di raddoppio e adeguamento nel corso dei decenni successivi (annettendosi anche la celebre pista di prova della Fiat dove il collaudatore Claudio Maglioli superò i 387 chilometri orari con una Lancia LC2) è gestita dalla società Autostrada dei Fiori controllata dalla Sias del gruppo Gavio, quarto operatore autostradale al mondo con oltre 4mila chilometri in concessione in Italia ma soprattutto in Brasile.I viadotti della paura sono per lo più nel tratto ligure dell’opera, quello più accidentato da un punto di vista orografico e che è un ottovolante da vertigine. Il ponte che più preoccupa è quello di Lodo nel comune di Cadibona, verso la fine dell’autostrada, al chilometro 115, quasi a Savona. I piloni sono senza pelle, scrostati, per larga parte privi del calcestruzzo che ricopre l’armatura, che a sua volte si mostra arrugginita e non proprio in piena forma. Le foto postate sui social dagli utenti hanno spinto la società di gestione a emanare un “tranquillizzante” comunicato: “Tale opera d’arte – si legge – al pari di tutte le restanti presenti sulla tratta autostradale in gestione, viene sottoposta con cadenza trimestrale a verifiche e controlli. Le risultanze di tali ispezioni non hanno evidenziato alcuna criticità di carattere statico. La mancanza dei copriferri è accentuata dagli interventi posti in essere dalla Società per il disgaggio dei calcestruzzi superficiali che, in caso di caduta, avrebbero potuto costituire potenziale pericolo per coloro che transitano sulla sottostante strada vicinale in località Pian dei Carpi”. I termini tecnici intimoriscono e confondono. Ma la verità è che dopo il crollo del ponte Morandi, su cui da decenni la società di gestione garantiva che fosse tutto a posto, queste parole equivalgono a curare un tumore con l’aspirina.Ma ci sono anche altri ponti che tolgono il sonno agli automobilisti dell’A6. Preoccupano le condizioni del Castellaro situato nel tratto compreso tra Altare e Savona in direzione del capoluogo, che fa parte della carreggiata storica Ceva -Savona costruita alla fine degli anni Cinquanta, su cui la società sta provvedendo a lavori di miglioramento sismico. Secondo il Codacons, da tenere d’occhio ci sono anche il viadotto Chiaggi a Priero e quello Stura di Demonte a Fossano.