Il cambio di passo imposto da Grillo (che porta al sì al governo col Pd)

Che il voto su Rousseau sia quanto meno “influenzabile” se non “pilotabile” è un sospetto lecito per una piattaforma, gestita nei fatti da un’azienda privata – la Casaleggio Associati -, che di trasparente ha solo gli slogan. E infatti più volte è finito nel mirino del Garante per la privacy.Ma è il voto sulla possibilità di formare un governo con il Partito democratico a dimostrare quanto rappresenti uno strumento per condizionare in qualche modo la volontà della base e le azioni del movimento stesso.Basta pensare a cosa è successo nei giorni scorsi. Non solo nella repentina retromarcia di Luigi Di Maio che, dopo essersi incaponito per restare vicepremier, ha di colpo annunciato di rinunciare alla carica ricoperta durante l’alleanza con la Lega, sbloccando così una trattativa incagliatasi per l’ennesima volta.L’impressione è che a imprimere questo cambio di passo sia stato proprio Beppe Grillo che – anche pubblicamente – ha più volte bacchettato Di Maio per come stava gestendo il negoziato e riportato di fatto il suo movimento verso sinistra. E per convincerlo ad arrendersi lo avrebbe persino minacciato di far saltare tutto il M5S. Difficile credere, del resto, che Di Maio abbia accettato di lasciare Palazzo Chigi perché il Pd ha chiesto che non ci fossero vicepremier, dal momento che l’ipotesi circolava da almeno una settimana.Una svolta dimostrata anche dal voto su Rousseau. Dopo giorni di polemiche per le parole del “capo politico” che aveva anteposto il voto online persino al Presidente della Repubblica, l’annuncio del voto è arrivato il primo settembre proprio nei giorni in cui lo scontro tra i due partiti era al culmine. A differenza del “contratto” con la Lega, stavolta il comunicato citava esplicitamente il Partito democratico. Lo stesso Partito democratico insultato senza remore in passato e non proprio amato dagli iscritti alla piattaforma. E poi lo strano quesito in cui il “No” veniva prima del “Sì”. Nessun tentativo di convincere gli elettori dell’opportunità di trovare un’intesa e non tornare al voto. Un modo per chiedere indirettamente alla base di bocciare l’accordo e rimettersi al voto? O forse per lanciare una sorta di “ultimatum” al Pd?Sta di fatto che sono bastate poche ore per cambiare (di nuovo) tutto: il “Sì” è tornato a precedere il “No”, Di Maio ha rinunciato a restare a Palazzo Chigi e sono partiti gli appelli a votare a favore dell’accordo.E la sensazione è che ora il M5S abbia un nuovo leader: quel Giuseppe Conte scelto poco più di un anno fa perché super partes, una specie di notaio chiamato a dirimere i contenziosi tra leghisti e pentastellati, e ora diventato – sottolinea Repubblica – nuovo punto di riferimento persino di Grillo e dei vertici del movimento.Ma soprattutto quello che emerge è una guerra fredda all’interno del movimento. Una guerra che coinvolge pure Davide Casaleggio, che – insieme ad Alessandro Di Battista – non vede di buon occhio un governo con il Pd. Così sulla Stampa si racconta dell’ira dei parlamentari verso lo staff di Di Maio e in particolare verso Pietro Dettori e Max Bugani, accusati di aver stilato quel quesito che sembra spingere per il “No”. Ma alla fine è il garante a farla da padrone: l’ingresso in campo di Grillo riporta a sinistra un movimento che stava per andare alla deriva. Più probabile però che si tratti solo di una battaglia vinta. E che il governo con quello che fino a poche settimane fa era “il nemico pubblico numero uno” possa far tornare malumori e mal di pancia e spaccare le due anime pentastellate.

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