L’ennesima uscita sopra le righe del presidente della Commissione, ma anche un indizio sui rischi che corre l’Italia se dalle urne non uscirà una maggioranza definita. Nei palazzi di Bruxelles si tende a ridimensionare la portata delle parole del presidente della Commissione, derubricandole a ennesima gaffe di Jean Claude Juncker. Possibile collegare l’uscita contro l’Italia («prepariamoci a un governo non operativo») alla recente richiesta dei documenti secretati sull’Ema da parte di Antonio Tajani, presidente dell’Europarlamento. Ma è più probabile che sia un caso. Ieri a Bruxelles si ricordava il «ciao dittatore» rivolto da Juncker al premier ungherese Viktor Orban; il «me ne frego» riferito alle richieste del governo italiano ai tempi del governo di Matteo Renzi, il «non sa nulla» dedicato al presidente Usa Donald Trump. Oppure quando definì il Parlamento europeo (al quale deve in parte la sua elezione) come «vuoto e ridicolo» e poi fu costretto a scusarsi. Ogni conferenza stampa con il presidente del governo europeo è a rischio sorprese; di quelle che fanno titolo nei media di tutto il mondo. Poco attento alle sensibilità nazionali. In Grecia, nel 2014 alla vigilia delle elezioni si augurò una sconfitta di Syriza e un voto per i volti noti all’Europa. Quest’ultimo precedente è poco rassicurante per noi. Perché, al netto della gaffe, è vero che in Europa si parla dell’Italia post voto e che si prospettano scenari di vario tipo, compreso quello di un Parlamento in stallo. In sostanza l’idea di un esecutivo di galleggiamento. Qualcosa di diverso, quindi, dalla grande coalizione.Senza accordo di programma. Un governo senza colore che traghetti il Paese verso elezioni. Esonerato da tutte le decisioni tranne (ed è questo è il punto), che da quelle di politica economica che sono obbligate. Tanto meno sarà politico il governo, tanto più saranno tecniche le decisioni prese dal ministero dell’Economia italiano. E per tecniche si intende l’applicazione puntuale delle indicazioni europee sui conti pubblici. A legislazione invariata, quindi, potrebbero scattare le clausole di salvaguardia che l’Italia si porta dietro da anni. Aumenti dell’Iva e delle accise per 15 miliardi di euro. Con la aliquota ordinaria dell’imposta sui beni e servizi al 25%. Mercoledì, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha detto che sarà questo governo ad approvare il Def. La scadenza per presentare il Documento di economia e finanza, che contiene le previsioni macroeconomiche e quelle sui conti pubblici, è in aprile. E a un mese dal voto, prevede Padoan, «non ci sarà un ministero in pieno potere». Da capire se questa situazione si protrarrà. Nei giorni scorsi l’Ufficio pubblico di bilancio detto che per il 2019 dovremo mettere in conto un’altra manovra correttiva (scontata quella per l’anno in corso) e che è «particolarmente ardua» l’impresa di eliminazione delle clausole di salvaguardia. Difficile, insomma, evitare l’aumento dell’Iva. Quest’anno lo abbiamo fatto interamente in deficit. Il prossimo anno potrebbero non esserci le condizioni per ottenere un nuovo sconto. Cioè la possibilità di ottenere la flessibilità. A Bruxelles sono in tanti a chiedere di fare scattare una volta per tutti la stangata fiscale. In Italia i partiti vogliono evitarla perché penalizzerebbe i consumi, che sono già in crisi. Tutto dipenderà dalle condizioni politiche, spiegava nei giorni scorsi una fonte europea. Se nell’Unione europea, quindi nel Consiglio, nella Commissione e nell’Europarlamento preverrà un orientamento più o meno attento al rispetto dei vincoli. E se in Italia ci sarà un governo in grado di rispondere. Sottinteso, un governo politico.